Stasera Nathalie suona. Figo: andiamo. E siamo andati.
Personalmente mi sarei aspettato una serata da copione, o quantomeno analoga ad altre sortite in luoghi chiusi e orari notturni. E invece c’era la sorpresa: Nathalie si era portata dietro l’uomo. Ora, non è che il fatto di per sè sia eclatante, voglio dire: capita. Ma la novità è la risposta alla domanda “Ciao Nath, come va? Ti ho portato un po’ di gente (metà locale ndR)… quando suoni?”.
“Quando *suoniamo*… Tra poco, prima mangio.”
Suoniamo: che è prima persona plurale. E allora ti guardi un po’ in giro e cerchi di identificare chi sono gli altri musicisti. Sul palco c’è solo un tipo capellone, vestito con dei pantaloni di gomma piuttosto orrendi ma metal e con una chitarra in mano. Sarà lui, immagini. E infatti.
Dopodichè succede che lui inizia a suonare la sua chitarrina acustica, a tracolla, come i veri cantanti rock girovaghi, attaccata ad un numero imprecisabile di pedali ed effetti che ogni tanto attiva in modo più o meno randomico. Ma soprattutto succede che lui inizia a cantare.
E, signori, il locale è rimasto ammutolito, ghiacciato, sospeso, folgorato, rapito: il locale si è annullato e ad un tratto c’era solo lui sul palco, con la sua voce della madonna.
E’ quattro cantanti insieme, quattro stili e tonalità completamente diverse, quattro persone distinte albergano nella sua anima. Vabbè, diciamo nella sua gola. Sono pronto a scommettere che se lo sentissi da un’altra stanza, senza vederlo, giureresti che sono più di uno.
E’ come se fai un puzzle con Chad Kroeger, Vincent Cavanagh e altri due cantanti a tua scelta, e tutti i pezzi vanno a posto. E poi canta con gli occhi chiusi, che secondo me è l’unico modo in cui tutti i cantanti dovrebbero fare il loro mestiere. Si incazza, si commuove, urla, sussurra. E quando pensi di averlo capito fino in fondo, ti tira fuori un archetto da violino che stava appoggiato lì, sul baule, e ci suona la chitarra. Così.
Insomma, io stavo lì che mi svuotavo e mi riempivo, anche contemporaneamente, c’avevo quel qualcosa in petto che è molto bello ma che non sai definire e che mi piace chiamare empatia con la musica, o qualcosa del genere, come se il tuo orecchio da spettatore va in risonanza con le corde vocali del tizio che suda sotto i faretti. Ammazza.
E poi sale sul palco Nathalie, e cantano insieme, come una bella coppietta da film. E pensi che se questi aggiustano un po’ il tiro, non li ferma più nessuno. Davvero.
Nathalie con noncuranza regala ettolitri di emozione come al solito, piacevolmente inquieta sul suo sgabello, come al solito. Fa pezzi che non ho sul disco, ma che avevo già sentito, dal profumo leggermente diverso, un umore più giocoso e un diteggio sul piano più movimentato. Gradevole, quando ci fai un po’ l’orecchio. Stavolta ho apprezzato molto la cover di PJ Harvey. Un altro sorso di vino, e ci piazza un paio di bis estemporanei, che si sente che non erano programmati e ci piacciono per questo. Il secondo, in particolare, è il bis riveduto e corretto -con tanto di archetto- di una canzone di Santiago, probabilmente la migliore della serata. Ah, quasi dimenticavo: si chiama Santiago, lui.
http://www.myspace.com/nathalieweb
http://www.myspace.com/santiagofradejas
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